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E adesso?



di Enrico Bruni 


Ce l’abbiamo fatta. Questa settimana abbiamo ottenuto un grande risultato che premia mesi e mesi di duro lavoro portato avanti strada per strada, quartiere per quartiere da tutti i nostri candidati e dai nostri militanti. Abbiamo messo davanti il bene della collettività rispetto a molti impegni della nostra quotidianità per concentrarci sulla campagna elettorale e siamo stati premiati dagli elettori; bisogna andarne fieri. Salvini passerà quel che resta di settembre a leccarsi le ferite, mentre Susanna Ceccardi se ne tornerà a Bruxelles lasciando vacante il primo seggio dell'opposizione in Consiglio Regionale.

Ma non sprechiamo altro tempo a parlare di chi ha approfittato di queste elezioni per parlare di presunti gatti arrostiti piuttosto che di rilancio del territorio, per offendere le donne piuttosto che cercare soluzioni per il divario di genere causato dalla pandemia. Parliamo di noi, perché, sebbene ora sia il momento dei festeggiamenti, non dobbiamo scordarci che il vero lavoro inizia adesso. Mi viene in mente la parte iniziale dell’Eneide e l’esultanza dei Troiani: pensando di essersi liberati finalmente dall’assedio degli Achei, vollero solo far festa, accogliendo addirittura un dono lasciato dai nemici con conseguenze disastrose. Giunta la notte non si resero conto che il nemico non era affatto sconfitto e il resto è storia nota: il sole era sorto e i Troiani da vincitori, ancora ebbri della loro vanagloria, si risvegliarono vinti.

Abbiamo vinto le regionali, siamo il primo partito in città e provincia, i nostri candidati hanno fatto il pieno di preferenze e adesso? Come successe in Emilia-Romagna le promesse populistiche e irrazionali dei grillini non reggono la prova delle urne, mentre la lista “Toscana più a sinistra di” viene bocciata dall’elettorato anche in presenza della possibilità del voto disgiunto. Quindi chi, adesso, se la prende con gli elettori, accusandoli di aver preferito il cosiddetto “voto utile” piuttosto che “di cuore”, non si rende conto che questa sconfitta è frutto di anni e anni di scelte sbagliate in cui certe formazioni hanno preso sempre più la forma di grandi comitati elettorali. Infatti l’obbiettivo non sembra quello di un progetto a lungo termine, ma piuttosto quello della rielezione del proprio rappresentante in attesa della prossima tornata elettorale, nella quale si replicherà questo solito schema. Peccato invece per Sinistra Civica Ecologista che per una manciata di voti non entra in Consiglio, ma che in questa corsa ha avuto un ruolo fondamentale come collante con un mondo che necessitiamo di recuperare.

Da questa vittoria la nostra comunità ne esce rafforzata e più unita, dal livello regionale a quello nazionale. Ma che ne è del Partito Democratico della Federazione di Pisa? Con il 34,3% di voti in provincia noi militanti del Partito Democratico pisano non possiamo tirarci indietro di fronte al compito che i nostri elettori ci hanno affidato. I risultati parlano chiaro: non esiste niente fuori dal Partito Democratico, gli elettori non hanno fiducia nei progetti alla LeU e chiedono a noi uno scatto di qualità. Non possiamo sprecare questa bellissima opportunità, ci sono state date le forze e il sostegno per recuperare il nostro coraggio. Accontentarci di questa vittoria sarebbe un errore, come ha scritto la consigliera Olivia Picchi “ora è necessario che il PD pisano divenga di nuovo quel partito aperto e plurale formato dalle persone e non da una somma di leader”. Nel nostro PD nessuno è escluso, a nessuno si urla “a casa a casa”, ma ci si viene incontro a metà strada prendendo il meglio e peggio di ognuno di noi. Il partito è uno solo ed è rappresentato dalla collettività, non dai personalismi, è quella “piazza grande” che con il 66% dei consensi ha stravinto le primarie nel 2019 e da cui nessuno deve sentirsi rifiutato. 

Dobbiamo adesso guardare fuori di noi e lasciarci contaminare da quelle esperienze virtuose che sono i Fridays For Future, i movimenti femministi, i vari comitati cittadini, ma soprattutto dobbiamo tornare ad ascoltare: chi ha partecipato ai tanti volantinaggi di questa campagna elettorale avrà capito che non esiste impegno politico senza ascolto e confronto. Bene, facciamo nostre queste importanti lezioni imparate per strada e apriamo una nuova fase. Dimostriamoci aperti, non “mostriamoci”, non limitiamoci a un ascolto sporadico dell’intellettuale di turno o di chi occupa una piazza per poi dirgli “è stato bello, ciao”. Tra un paio d’anni avremo il compito di far sì che questa passi alla storia come la prima e ultima giunta leghista della nostra città, ma perché questo accada dovremo presentare una “forza piazza grande”, capace di unire chi in passato non era unito. Perciò non possiamo presentarci con un programma e un candidato autoreferenziale. Un partito che lavori per i grandi cambiamenti strutturali di cui questo paese necessita oggi più che mai, che trasformi il nostro territorio in un mondo in cui i giovani possano sognare senza essere mortificati da scelte sbagliate che loro non hanno voluto, ma soprattutto un partito che lavori per tutti e per tutte senza discriminazioni di alcun genere.

Nel 1912 un gruppo di donne che lavoravano nelle industrie tessili di Lawrence, una città del Massachusetts, scoprirono che i loro superiori avevano deciso di ridurre drasticamente la loro già bassa paga. Queste dissero “troppo è troppo”, così lasciarono le macchine e uscirono in strada. Piano piano, percorrendo strada per strada, uomini e donne si unirono a quel piccolo gruppo. Ben presto le piazze di Lawrence vennero invase da più di ventimila lavoratori in sciopero, divenendo delle piazze grandi in cui etnie e lingue si mischiavano armonicamente. Non erano ben visti dall’opinione pubblica e in molti rischiavano il licenziamento, ma al grido di “bread and roses” resistettero. Questi si organizzarono, si diedero obbiettivi comuni e marciarono uniti per giorni. Molti lavoratori vennero uccisi dalla polizia e i padroni delle fabbriche sembravano imbattibili, ma  chi era sceso in quelle piazze grandi non si fece demoralizzare, continuarono la protesta e infine cantando “L’internazionale” i lavoratori conquistarono nuovi diritti.

Ecco, vorrei che il nostro Partito Democratico fosse più come quel gruppo di donne e di uomini che, nonostante differenze spesso difficili da colmare, riuscirono ad unirsi e a marciare uniti per il bene di tutte e di tutti. Un partito capace di sognare in grande, lottare duramente e di vincere.

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