Di Irene Patisso
Visti
i tempi che corrono, la macabra convinzione – secondo la quale questo movimento
politico non si sia mai estinto – sta prendendo piede ogni giorno che passa. Si
può riscontrare una delle tante motivazioni a sostegno di questa constatazione nella
dichiarazione di Michael Moore, regista statunitense, il quale asserisce che "il fascismo in Italia non sta tornando: è già tra noi". Neppure il tempo di sanare le ferite aperte e
ancora sanguinanti del più grande conflitto armato della storia che il 22
giugno 1946, trascorso appena un anno dalla liberazione del Paese intero
dall’occupazione dei nazifascisti, fu promulgata l’amnistia nei confronti di
tutti coloro che, dopo l’8 settembre 1943, avevano commesso reati politici, tra
cui il collaborazionismo con i soldati tedeschi, che portò ai tremendi eccidi
perpetrati principalmente durante il 1944. Una delle dirette conseguenze di
questo gesto imperdonabile fu la fondazione, appena sei mesi dopo, del Movimento Sociale Italiano, da parte di Giorgio Almirante, firmatario del “Manifesto
della razza”, segretario di redazione della rivista “La difesa della razza” ed
ex repubblichino.
Il
20 giugno 1952, per cercare di ovviare al madornale errore dell’indulto, fu
emanata la legge Scelba: essa prevede il reato di
apologia di fascismo, punibile con un arresto dai 18 mesi ai 4 anni e
sanziona “chiunque promuova o
organizzi sotto qualsiasi forma, la costituzione di un’associazione, di un
movimento o di un gruppo avente le caratteristiche e perseguente le finalità di
riorganizzazione del disciolto partito fascista”, oppure “chiunque pubblicamente ne esalti esponenti, princìpi,
fatti”.
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| Genova, 30 giugno 1960 |
Non passò molto tempo perché ci si rendesse
conto che, purtroppo, questo provvedimento serviva a ben poco: il 30 giugno 1960, al culmine
del miracolo economico, infatti, mentre era in carica il governo del
democristiano Fernando Tambroni, sostenuto dai missini, si tenne a Genova,
città Medaglia d’Oro della Resistenza, il congresso del suddetto Movimento. La
reazione degli oppositori non si fece attendere: durante un corteo indetto quindici
giorni prima, politici
e comandanti partigiani sfilarono preceduti dai Gonfaloni della città. Al
termine, alcuni manifestanti intonarono alcuni canti partigiani e si diressero
nuovamente verso il pieno centro della Superba, dove, ad aspettarli, vi erano
agenti della polizia, sia a piedi sia sui veicoli,
che eseguirono cariche, usarono lacrimogeni e armi da fuoco
per impedire che la marcia continuasse e per questioni “di ordine pubblico”. I
manifestanti risposero servendosi di spranghe di ferro, attrezzi da lavoro e
pali di legno. Gli scontri, iniziati nel cuore del capoluogo ligure, proseguirono
nel centro storico, dove i residenti gettarono dai balconi vasi e pietre per
fermare le forze dell’ordine che inseguivano i manifestanti. La zuffa ebbe fine
in seguito all’intervento del presidente dell’ANPI e si registrarono circa 202
feriti, senza alcuna vittima, a differenza degli episodi analoghi e relativi al congresso che avvennero in altre città italiane, come a Reggio Emilia, una
settimana dopo, dove, durante una manifestazione contro il MSI cui
parteciparono 20.000 persone, cinque cittadini, di cui tre ex-partigiani,
furono uccisi dalla polizia.
Nel corso del decennio, il miracolo
economico terminò e la mentalità dei giovani mutò profondamente. Nel 1968,
proprio quei ragazzi, in concomitanza con la Primavera di Praga e le
manifestazioni contro la guerra del Vietnam,
protestarono contro i metodi d’insegnamento nelle università, a loro dire
“autoritari”, e per ottenere il diritto di studio esteso a tutti gli strati
sociali. Questo periodo di contestazione, durante il quale gli studenti
trovarono l’appoggio del PCI e furono fondati gruppi extra-parlamentari di
estrema sinistra, sfociò, l’anno seguente, nel cosiddetto “autunno caldo” – stagione contraddistinta da
lotte sindacali operaie per chiedere e ottenere migliori condizioni di lavoro, considerato
il preludio del periodo noto come “anni di piombo” –, che vide la partecipazione
degli operai, che non avevano ottenuto nessun vantaggio durante il boom
economico, durante il quale nessuno pensò ai problemi che ne sarebbero derivati,
come l’evasione fiscale e i salari, tra i più bassi del vecchio continente. Il
19 novembre dello stesso anno fu ucciso, durante uno scontro tra manifestanti
di movimenti di estrema sinistra e forze dell’ordine, il poliziotto Antonio
Annarumma, considerato la prima vittima degli anni di piombo, che videro il
loro effettivo esordio poco meno di un mese dopo con la strage di Piazza Fontana,
di matrice fascista, come tutte quelle che si susseguirono per circa un
decennio, fino all’ultima, la più sanguinosa, consumatasi a Bologna il 2 agosto
1980.
Anche in quest’occasione il provvedimento
adottato diciassette anni prima si rivelò del tutto inutile – o, nel migliore
dei casi, fu adoperato in ritardo – poiché nacquero alcuni movimenti di estrema
destra, come “Ordine Nuovo” – movimento
sorto in seguito alla scissione della minoranza del “Centro studi Ordine Nuovo”
dal MSI e considerato principale responsabile della strage del 12 dicembre 1969
– “Avanguardia Nazionale” e i “Nuclei Armati Rivoluzionari”, il cui scopo era creare uno stato di
tensione volto a ribaltare l’assetto democratico tramite la lotta armata e
accordi con massoneria e servizi segreti deviati per convincere i gradi più
alti delle istituzioni ad adottare disposizioni per evitare ad ogni costo –
anche, come si vedrà, con azioni terroristiche – l’ascesa al potere della
sinistra comunista.
Tra le numerose dimostrazioni evidenti della
pericolosità di questi gruppi armati vi è il secondo attentato, in ordine
cronologico, di questo periodo buio nella storia dell’Italia repubblicana, vale
a dire la strage di Gioia Tauro: nel
pieno pomeriggio del 22 luglio 1970, a pochi metri dalla stazione del comune,
la locomotiva del treno Freccia del Sud,
partito da Palermo e diretto a Torino, sobbalzò e parte del convoglio deragliò
forse in seguito a un’esplosione dinamitarda. In quei giorni avvennero diversi
disordini a Reggio Calabria in seguito all’ufficializzazione di Catanzaro come
nuovo capoluogo di Regione, e quel gesto fu considerato come una risposta degli
insorti, rimasti profondamente delusi per quest’iniziativa, che trovarono il sostegno
del MSI, di cui Ciccio Franco era il dirigente reggino. L’esito di quest’atto
terroristico ordito da fascisti e mafiosi consistette nella morte di 6 persone
e nel ferimento di altre 66.
Tuttavia, le azioni eversive non furono l’unico
modo con cui i movimenti di estrema destra cercarono di farsi sentire e di
mettere in atto il loro piano. Infatti, nella notte tra il 7 e l’8 dicembre
dello stesso anno, Junio Valerio Borghese, ex repubblichino ed ex comandante della X flottiglia MAS, con la cooperazione
di Avanguardia Nazionale, mise in atto un colpo di stato: elaborato nei minimi
particolari dal 1969, il “golpe” prevedeva
l’occupazione del Viminale, del Dicastero di Via XX Settembre, delle sedi Rai –
da dove l’ex presidente del Movimento Sociale Italiano avrebbe poi letto un
annuncio ufficiale –, dei mezzi di comunicazione, la deportazione dei
parlamentari oppositori, il rapimento del Capo dello Stato Giuseppe Saragat e
l’omicidio del Capo della Polizia Angelo Vicari. Però, l’ex Ufficiale di Regia
Marina decise di sopprimere l’azione sovversiva nel suo pieno svolgimento senza
un apparente motivo. Come esporrà in seguito Amos Spiazzi, membro del Fronte
Nazionale, che collaborava con Avanguardia Nazionale, Borghese si sarebbe reso
conto che si trattava, in realtà, di una trappola, di un alibi che permetteva
al governo democristiano di promulgare leggi speciali.
Come ben si sa, gli atti terroristici architettati
dall’estrema destra – Ordine Nuovo tra tutti –, purtroppo, non terminarono. Difatti,
circa un anno e mezzo dopo il fallito golpe, alla stazione dei carabinieri di Peteano (Gorizia) arrivò
una telefonata anonima che segnalava la presenza di una Fiat 500 con due buchi
sul parabrezza presso Savogna. Le volanti accorsero sul posto e, mentre tre
carabinieri tentavano di aprirne il cofano, l’automobile esplose e provocò la
morte istantanea dei tre uomini.
Esattamente un anno dopo l’omicidio del
commissario Luigi Calabresi, perpetrato dai membri del gruppo Lotta Continua, il 17 maggio 1973,
durante la commemorazione del funzionario, dopo che il Ministro dell’Interno
Mariano Rumor aveva scoperto il busto a lui dedicato e se n’era andato, è fatta
esplodere una bomba a mano causando il decesso di 4 persone e il ferimento di
altre 52. In seguito, si scoprì che il vero obiettivo dell’attentato era
proprio l’ex Capo del Governo.
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| Strage di Piazza della Loggia |
Il 28 maggio 1974, nel
corso di una manifestazione sindacale che aveva l’intento di protestare contro
il terrorismo antifascista, a Brescia esplose un ordigno nascosto in un
cestino, che uccise 8 persone e ne ferì 102.
Circa due mesi dopo, sulla linea Roma-Monaco di
Baviera, all’altezza di San Benedetto Val di Sambro, scoppiò una bomba sul
treno Italicus: a
causa della deflagrazione, ben 12 persone morirono carbonizzate e 48 riportarono
ustioni di vario grado.
Sei anni dopo, gli italiani, convinti di
essersi lasciati ormai definitivamente alle spalle un decennio in cui si
consumò quella che poi fu definita da due commentatori francesi “guerra civile a bassa intensità” e già provati dal disastro aereo di Ustica e nonostante gli ottimi risultati ottenuti
nelle Olimpiadi tenutesi nella capitale dell’Unione Sovietica, dovettero
affrontare l’atto terroristico più cruento dal secondo dopoguerra. Il primo
sabato di agosto, nel periodo in cui le partenze per le ferie
s’intensificavano, nell’ala Ovest della stazione di Bologna – una
delle più importanti d’Italia in merito agli scali e agli snodi – brulicante di
turisti e d’impiegati, esplose una bomba contenuta in un bagaglio abbandonato
sotto il muro maestro, uccidendo 85 persone e mutilandone circa 200.
Gli
italiani, tuttavia, riuscirono a scrollarsi di dosso il decennio buio
buttandosi nelle braccia del riflusso nel privato, contraddistinto dal distacco politico e sociale e dal
rigetto delle ideologie, nel periodo tra il 1978 e il 1982. È opinione comune
che l’emblema di questo momento storico sia il corteo di 40.000 operai della FIAT, tenutosi il 14 ottobre 1980. Un periodo roseo
infranto dalla tragedia del piccolo Alfredino Rampi, nel quale emerge prepotentemente la televisione
commerciale, che, a differenza di quella di Stato che era finanziata dal
canone, si reggeva grazie agli spazi pubblicitari, che crearono una nuova
società dei consumi che durò più di vent’anni dopo quella del miracolo
economico, incentivata dal cosiddetto “edonismo reaganiano”, espressione utile ad indicare proprio questo mutamento
dello stile di vita della società occidentale, che nel nostro Paese non passò
inosservato, grazie al liberismo economico, adottato durante il primo governo
Craxi.
Nel
1991, nacque il “Movimento Fascismo e Libertà”, distaccatosi dal MSI, che si fonda sul
progetto di Mussolini e segue la dottrina del complotto giudaico. Nell’anno
delle stragi di Milano, Roma e Firenze, per cercare di arginare questa nuova
deriva, fu promulgata la legge Mancino, che, negli articoli 1, 2 e 4, contempla rispettivamente: la
reclusione fino a 18 mesi per chi diffonde il concetto di odio razziale, dai 6
ai 48 mesi per chi aggredisce per motivi etnici e da 1 a 6 anni per chi fonda o
promuove associazioni a tale scopo; dai 3 ai 12 mesi per chiunque ostenti in
pubblico emblemi dei suddetti movimenti; dai 6 ai 24 mesi per chiunque esalti
princìpi fascisti e da 1 a 3 anni chiunque celebri metodi razzisti.
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| Gianfranco Fini, fondatore di AN |
Poco
tempo dopo, per adattarsi a questa legge, il vecchio MSI si sciolse dividendosi
in “Movimento Sociale Fiamma Tricolore”, guidato da Pino Rauti – fondatore di “Ordine
Nuovo” – e in “Alleanza Nazionale”, capeggiato da Gianfranco Fini, che, in occasione
dell’ascesa al potere dell’ex imprenditore Silvio Berlusconi e della fondazione
di “Forza Italia”, decide di allearsi con quello che diventerà per ben 4 volte
– di cui 2 consecutive – capo del Governo, diventando il terzo partito alle
elezioni politiche del 1996. In questo partito di destra conservatrice ed
europea rientrava anche Alessandra Mussolini, nipote di Benito, che, in seguito
alla dissociazione dall’ideologia del Ventennio e alla visita al museo
dell’Olocausto a Gerusalemme da parte dell’ex Presidente della Camera, decise
di fondare, nel 2003, il movimento “Azione Sociale”.
Nonostante
le diverse difficoltà avvicendatesi dal 1994 in merito alle alleanze di governo
e all’assetto dei singoli partiti, questi ultimi, nel 2009, confluirono nel
“Popolo della Libertà”, che subì varie spaccature al suo interno, dopo aver attraversato
il culmine della crisi economica – che affligge il nostro Paese dal 2008 –, la
caduta del governo Berlusconi IV e aver appoggiato i governi Monti e Letta. La
scissione definitiva avvenne nel 2013, con la (ri-)nascita di “Forza Italia” e
la fondazione di “Fratelli d’Italia”, partito conservatore che segue le orme del MSI. In
occasione delle elezioni politiche del 2018, questi due partiti decidono di
allearsi con la Lega Nord, movimento autonomista guidato da Matteo Salvini, in
una coalizione che, in questa tornata elettorale, ha ottenuto il 37% dei voti.
Il
capo del Movimento 5 Stelle – il gruppo politico che ha conseguito
singolarmente la percentuale più alta –, Luigi di Maio, dopo una crisi
istituzionale durata quasi 3 mesi, riesce ad accordare un patto di governo con
la Lega, che porterà alla nomina di Giuseppe Conte come Presidente del
Consiglio e alla formazione dell’omonimo esecutivo. Il ministro dell’Interno,
Matteo Salvini, fin dall’inizio, ha adottato politiche xenofobe, che prevedono
la chiusura dei porti – come nei due casi noti della Diciotti e dell’Aquarius. Inoltre, hanno contribuito
notevolmente a incrementare le aggressioni, durante tutta la bella stagione,
nei confronti degli extracomunitari, facendo scaturire dei pogrom. La circostanza più
eclatante è avvenuta la notte di Ferragosto a Trappeto, nel palermitano, dove alcuni migranti
minorenni, mentre aspettavano il pullman che li avrebbe ricondotti al centro
dove abitavano, sono stati adescati da un branco di coetanei, che, infastiditi
dalle loro risate, li hanno insultati e picchiati selvaggiamente.
In
questo periodo, inoltre, si è discusso sull’eventuale abrogazione della Legge
Mancino perché, a dire del ministro della famiglia Fontana, "è una normativa usata dai globalisti per ammantare di antifascismo il loro razzismo anti-italiano". E oggi, a distanza di 80 anni dall’emanazione
delle leggi razziali, nonostante ci sia stato un tentativo di aggiornamento della Legge Scelba – poi fallito in seguito
alla fine della XVII legislatura della Repubblica italiana –, diversi movimenti
di matrice neofascista, come Casapound e Forza Nuova riscontrano l’approvazione, tra gli altri,
anche dei sostenitori della Lega. Ben 30 membri della sede di Casapound di Bari si sono resi
protagonisti di un’aggressione con spranghe e cinghie a discapito di un gruppo di persone.
Questa è la più recente, ma diversi mesi fa se n’è verificata un’altra nei confronti di una senatrice Leu.
Purtroppo,
oggi vi è una prevalenza preoccupante di negazionismo nei confronti dei crimini
indicibili commessi durante il fascismo. È necessario prestare molta attenzione
alle pieghe che questo governo di destra – simpatizzante in maniera non proprio
implicita dei suddetti gruppi politici incostituzionali – potrebbe prendere in futuro, tenendo sempre a mente i
“Corsi e ricorsi storici”.




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