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Elizabeth Warren, idee radicali per tornare sulla nostra strada



di Enrico B.
È sullo sfondo della fabbrica dove nel 1912 si svolse lo storico sciopero operaio e femminista  “Bread and Roses” che Elizabeth Warren, professoressa di Diritto Commerciale ad Harvard e senatrice democratica, annuncia la sua candidatura alla presidenza degli Stati Uniti. È il 9 febbraio del 2019. In quei giorni in Italia la campagna elettorale per le regionali in Abruzzo era alle battute finali, con l’allora ministro del lavoro Di Maio che apriva una delle più imbarazzanti crisi diplomatiche mai avute con la Francia a causa dei suoi incontri con rappresentanti dei “gilets jaunes”, mentre Matteo Salvini, all’epoca ministro dell’interno, nonché senatore, faceva i conti con le conseguenze delle presunte violazioni in merito al “Caso Diciotti”. L’opposizione al governo della peggior Destra arrancava, parcellizzata sotto numerose sigle partitiche in contrasto fra di loro. Contemporaneamente, al di là dell’Atlantico, una donna inizia la sua corsa alla Casa Bianca con una semplice frase: “Dream big, fight hard”, parole che dimostrano una voglia di guardare al futuro come un sogno da afferrare a costo di sudore e fatica, certo, ma pur sempre una spinta verso qualcosa di nuovo in cui confidare, anche a dispetto di chi in questo futuro vede solo paure e nemici.

Si presentano le prime avversità: Elizabeth è una donna proveniente dalla classe media, un ruolo non facile da svolgere in un panorama quasi esclusivamente maschile, dove i principali runners si presentavano come uomini d’affari di successo, miliardari, rappresentanti dei grandi interessi privati del capitalismo americano. Non mancano inoltre le offese da parte del mondo maschilista: il presidente Trump la definisce “Pocahontas”, ironizzando sulle sue radici che affondano nelle comunità dei nativi americani; giornalisti e giornaliste la prendono di mira per le sue idee di emancipazione femminile, tanto che la stampa italiana riconosce il grande baccano montato intorno al nome della senatrice Warren definendola la candidata più presa di mira, perfino dai suoi stessi compagni di partito, segno che anche i suoi concorrenti ne riconoscono il potenziale dirompente.

Nonostante tutti gli insulti, la Pocahontas delle colline del Massachusetts cresce ogni giorno nei sondaggi, spopolando sui social dove ogni giorno vengono pubblicati aggiornamenti sulla sua corsa alla Casa Bianca. I cittadini americani hanno dimostrato di essere fortemente interessati alle politiche proposte da Warren, tra le quali troviamo misure a tutela della classe media e della classe operai (riconosciute come le categorie sociali principalmente colpite dalla crisi del 2008), studi universitari gratuiti per tutti, nonché un piano di autofinanziamento alla propria campagna basato su libere donazioni da parte dei cittadini che, visti i copiosi risultati ottenuti fino ad oggi, ha riscontrato un feedback davvero positivo. Ma non solo: il programma per “un’America che funzioni per tutti” affronta molto coscienziosamente i temi scottanti dell’immigrazione e della lotta al cambiamento climatico senza lasciar spazio a demagogie da talk show, prestando inoltre particolare attenzione alla necessità di sviluppare misure che scardinino disuguaglianze etniche, sociali e di genere. Troviamo un importante piano per il sistema sanitario dal nome “Medicare for all”, che porterebbe in un periodo di transizione di 5 anni a offrire la copertura sanitaria ad ogni cittadino statunitense. A finanziare queste importanti conquiste non sarebbero le fasce più povere della società, prese spesso di mira da tassazioni inique, ma una “wealth tax”, in poche parole una sorta di imposta annuale al 2% per patrimoni monetari superiori ai 50 milioni di dollari e al 3% per quelli superiori a un miliardo. Un programma davvero rivoluzionario se si pensa che nasce nella patria del capitalismo finanziario.

Non si presenta oggi soltanto l’occasione di vedere finalmente una prima presidente degli Stati Uniti d’America donna, Elizabeth Warren può rappresentare oggi il cambiamento, la cesura definitiva per recuperare chi è stato buttato ai margini della società da un sistema che favorisce i ricchi e i potenti, mentre getta a terra chiunque altro. Questa non è una sfida americana, ma è la sfida decisiva del progressismo globale, dei riformisti, di chi crede che all’inizio di questo nuovo decennio si possano dare risposte concrete alle disparità che l’era della globalizzazione ha ereditato dal Secolo Breve. Gli anni 20 del 2000 potranno essere anni in cui si consolideranno nuove forme di oppressione, nuovi nazionalismi e incertezze, oppure anni di riscatto e rinascita. È questa la sfida del nostro campo, intercettare le richieste dei cittadini e andare insieme con loro verso un futuro più giusto. Tutto questo mentre dall’altra parte c’è chi, dando risposte semplici a temi complessi senza la benché  minima intenzione di risolverli, vuole ballare sulle macerie di questo secolo che è appena iniziato. A loro rispondiamo con le parole di Elizabeth Warren: “Neverthelles, we persist!”
#Warren2020

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