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La Sinistra o lotta o muore

Di Enrico B. 
“Sotto il grigio diluvio democratico odierno”[1] sembra che ci si trovi davanti a uno dei più grandi cambiamenti nel sistema politico e del sistema politico instauratosi da dopo la caduta della monarchia sabauda. Ci troviamo in un momento in cui la sfiducia ha soppiantato la fiducia. Mi spiego: è stato dimostrato alle elezioni di marzo ciò che era iniziato dalle europee del 2014, ovvero l’ascesa trionfale dei “nuovi partiti”, “nuovi” anche se vecchi (come nel caso di Lega e Fratelli d’Italia) e “partiti” anche se di fatto movimenti (come nel caso del Movimento 5 Stelle).
È il 12 novembre 2011, alle 21:42 colui che aveva accompagnato la nazione nella peggiore crisi dell’era capitalista, colui che aveva segnato un nuovo ventennio politico, lo stesso che non solo mentre ricopriva uno dei più alti ruoli istituzionali era stato indagato per sfruttamento della prostituzione minorile e concussione, ma anche aveva favorito le proprie aziende grazie al suo incarico, vale a dire Silvio Berlusconi, consegna le sue dimissioni nelle mani dell’allora Capo dello Stato Giorgio Napolitano; il Fatto Quotidiano commentò le sue dimissioni “più che un addio, una fuga”[2] ; in effetti “l'uscita di scena ”del cavaliere venne vista in tutto il mondo come la ritirata del primo ministro che stava terrorizzando i mercati con la sua inadeguatezza nel ricoprire la propria carica (questo ruolo dominante dei mercati sarà sempre più alla luce del sole andando avanti). Il Pdl (e quindi Forza Italia, suo erede diretto) prese quella notte un colpo dal quale non si è più ripreso e dal quale non si riprenderà mai.
È così il turno di Mario Monti visto come colui che sarebbe stato in grado di gestire “i sacrifici per uscire dalla crisi”. Come ben sappiamo la fine della crisi era (ed è) ancora molto lontana e Monti, vertice di un governo tecnico di emergenza, forse allontanò dagli occhi dell’UE l'uguaglianza “Italia = Grecia”, ma ci consegnò nelle mani delle banche e dei sistemi di potere dei mercati. Prima di tutto decine di promesse in campo statale mai mantenute (come l’abolizione delle province e il taglio dei fondi pubblici ai partiti) che andarono quindi a colpire il popolo che in una situazione di crisi è da sempre il primo che ci rimette. Era il tempo della Riforma delle Pensioni Fornero (ovvero la tanto discussa “Legge Fornero”) che venne presentata in maniera davvero solenne e teatrale: vennero chiesti in diretta dei sacrifici in vista di “una possibilità di crescita e rafforzamento del lavoro” (https://youtu.be/4Jo8Q2ITa7Y) alla classe lavoratrice italiana al fine di evitare un “impoverimento collettivo”. Ciò secondo la ministra Fornero non aveva solo un costo economico, ma anche un costo psicologico per i ministri: alle parole “costo psicologico” la ministra scoppia in singhiozzi e inizia a piangere. Ora, la vicenda non è molto distante da noi (purtroppo), quindi proviamo a immaginarci che effetto psicologico può avere una scena del genere trasmessa in diretta sui telegiornali nazionali: un ministro della Repubblica presenta una riforma che va a colpire coloro che sono simbolicamente i più deboli, gli anziani, e mentre dice che ci saranno dei sacrifici da sopportare scoppia in lacrime, segno che la situazione economica richiedeva di seguire il metodo “il fine (evitare il tracollo economico) giustifica i mezzi (colpire le pensioni)”; la classe politica riprende nuovamente “Il Principe” di Machiavelli, il morale della popolazione è a terra, in tutta la nazione si avverte un clima di terrore, reso adesso di massa, per un governo che per uscire dalla crisi fa come gli ufficiali di una nave colpita da una tempesta che per salvarsi dall’inabissamento decidono di gettare a mare l'equipaggio. Non solo, arriva la Manovra Monti che prevede la reintroduzione dell’Imu sulla prima casa, su fabbricati, aree fabbricabili e terreni agricoli; di lì a poco anche il ceto medio abbandonerà Monti.  Il professore decide inoltre di abolire dall'articolo 18 il reintegro giudiziario per i licenziati ingiustamente, ma alla prima minaccia di sciopero decide di fare un passo indietro; non solo, toglie ai disoccupati l'esenzione dal ticket sanitario e poi annuncia “si ètrattato di un refuso, rimedieremo con un emendamento”. Il decreto “Svuotacarceri”, che si rivelerà un flop ottenendo l'effetto contrario, per sopperire alla mancanza di fondi verrà aumentato il prezzo della benzina, grazie al disegno di legge Anticorruzione Severino viene ridotta la pena per concussione per induzione, reato contestato al predecessore di Monti. Monti riuscirà a perdere consensi anche dagli elettori appartenenti ai corpi militari per il Caso dell’Enrica Lexie, ovvero il Caso Marò, che l’estrema destra, da Fdi- AN a Forza Nuova, riusciranno a inserire perfettamente nella loro macchina di propaganda.
Domenica 24 febbraio 2013 si tennero le elezioni politiche per il rinnovo del Parlamento Italiano. Mario Monti aveva annunciato di non avere intenzione di candidarsi essendo già senatore a vita ed essendo solo un tecnico, ma decide di presentare una coalizione dal nome “Con Monti per l’Italia” che arriverà quarta (dopo il M5S) ottenendo 47 seggi alla Camera e 19 al Senato, risultato che segnerà comunque la fine del Monti politico nonché sancirà la fine dell’immagine positiva di cui i governi tecnici godevano agli occhi della popolazione. È questo il momento del PD che nomina Enrico Letta primo ministro; già con questo governo si assistette a un preludio della tragica situazione attuale con i pesanti attacchi razzisti e nazisti alla ministra Cecile Kyenge che non vennero visti con eccessivo ribrezzo e scandalo dall’opinione comune.
 In questo periodo si moltiplicano i gruppi e le pagine fasciste e naziste sul web, specialmente su facebook in cui un gruppo chiamato “Benito Mussolini, il Duce...un uomo che ha fatto grande l'Italia 1883-1945” arriva a vantare i ventimila iscritti e propone una marcia su Roma per riprendersi “ciò che ci è stato tolto”. Gruppi in cui spiccano articoli provenienti da “Il Giornale”, “Libero”,  il giornale online alquanto criticabile “M.DAGOSPIA.COM”, in cui gli insulti razzisti, sessisti e omofobi sono all’ordine del giorno, in cui i vari leoni da tastiera trovano una piattaforma da cui lanciare i loro richiami alle armi, sempre minacciati e mai messi in atto probabilmente per il fatto che- detto brutalmente- sapevano di prendercele. Come al solito si è preferito lasciar fare piuttosto che agire subito e questi gruppi si sono quindi moltiplicati andando a confluire in voti, voti che si sono espressi prima via social tramite fake news, hashtag e servizi propagandistici stile MinCulPop, poi in voti veri che ci hanno portati alla situazione attuale.
Avviene poi il 14 febbraio 2014 che Letta presenti le sue dimissioni da Presidente del Consiglio a seguito delle decisioni assunte dalla Direzione nazionale del Partito Democratico che con 136 si e 16 no decide di “rottamare” (termine che sarà tanto caro al governo successivo) il premier che aveva nominato. Così, dopo aver pronunciato la nota frase “Enrico stai sereno”, Matteo Renzi subentra come Presidente del Consiglio dei Ministri con questa manovra che mostrava alla popolazione un’idea mercantile della politica. Il premier diventa così “il nuovo Cesare Borgia” del XXI secolo assumendo atteggiamenti poco etici, come è evidente. Ed è con questo governo che la situazione politica comincia a calare a picco: prima a agosto 2014 a seguito della promulgazione del “Jobs Act” l’abrogazione dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, l’articolo in cui erano sanciti i diritti della classe lavoratrice, la riforma della Buona Scuola che, oltre a insignire i dirigenti scolastici di enormi poteri, introduceva l’alternanza scuola- lavoro anche nei licei, mossa che susciterà malumori anche nel mondo studentesco. Vari altri errori e scandali (in certi casi, come ad esempio quanto riguarda i padri della Boschi e dello stesso premier, seppur ingigantiti o montati), culminati col referendum sulle Trivelle, che è costato a Renzi e al PD l’appoggio del mondo ambientalista, ma soprattutto con il referendum costituzionale che ha avuto come unico risultato la fine della XVII legislatura.
Si è quindi insediato il governo Gentiloni che, come hanno scritto alcuni giornali, ha avuto lo strano esito di essere nato con grande impopolarità e di aver riconsegnato il mandato con una percentuale di gradimento ben maggiore del precedente. Ma il mandato Gentiloni non è stato naturalmente un governo utopico: anche qui molti gli errori, da quello di apparire come un governo fantoccio di quello di Renzi (avendone conservato alcuni ministri), al non aver preso le distanze da misure impopolari avanzate dal suo predecessore, dai provvedimenti del ministro Minniti varati per attirare verso il Partito Democratico una manciata di elettori della destra conservatrice (indicativa è la frase dell’ex ministro “non bisogna lasciare mai e poi mai la parola sicurezza agli altri”), alla nomina di Valeria Fedeli al Ministero dell’Istruzione, vista inadatta a ricoprire quel ruolo per il fatto di non avere una laurea.
Molti dopo il 4 marzo hanno esordito dicendo: “Questa svolta a destra ci sarebbe stata in ogni caso come è successo in tutta Europa” . Probabilmente vero, ma non è così scontato come vogliono farlo sembrare. Basti pensare a ciò che è accaduto pochi mesi fa in Svezia dove ci si aspettava una vittoria della destra nazionalista ed è invece risultato vincitore il Partito Socialdemocratico, esistente da circa centocinquanta anni. Il risultato svedese fa capire che dove i partiti cosiddetti “tradizionali” erano forti e avevano portato avanti politiche realmente socialiste, questi sono sopravvissuti, anzi hanno delineato una zona rossa comprendente la maggior parte dei territori nazionali.
Ma cos’è successo dopo il fatale 4 marzo? L’ex premier Matteo Renzi ha fatto la scelta politica migliore (una volta tanto) e, prima di dare le dimissioni da segretario del PD, ha dettato le linee guida del proprio partito nella formazione del nuovo governo: “Se la democrazia è una cosa seria, adesso tocca a loro (M5S e Lega)”, chiarendo in maniera inequivocabile che la posizione del Partito Democratico sarebbe stata all’opposizione. Mossa politica che ha salvato la faccia al partito e ha evitato la vittoria popolare rapida e definitiva di Matteo Salvini. Posizione ambigua è stata invece quella di Liberi e Uguali che, uscito con poco più del 3%, ha deciso di strizzare l’occhio al M5S, mossa che trovò appoggio in una piccola parte dell’elettorato mettendo in agitazione i vari partiti all’interno del Movimento.
Renzi diceva “dopo di me il caos” e, sebbene non abbia mai amato Renzi ne’ come soggetto politico ne’ come persona, non possiamo dargli torto. Rassegnate le dimissioni, viene nominato Segretario Reggente il vice di Renzi, Maurizio Martina, che, per quanto possa averci messo impegno, non era la figura adatta a guidare un forza politica sull’orlo del baratro. E proprio qui sta il problema: chi potrebbe avere una credibilità tale da poter risollevare un partito che dal 40,81% delle Europee 2014 è arrivato dopo quattro anni di governo a circa il 18%? Scelta davvero difficile e di enorme responsabilità che è stata però rimandata troppo a lungo. Le primarie avrebbero dovuto essere fissate già per giugno, ma invece è stato scelto il 3 marzo 2019… praticamente un anno di puro far niente e attesa passiva degli eventi, invece che un rapido contrattacco che avrebbe portato nuova vita a un partito.
Poi un altro errore è stato il non voler accettare un “mea culpa” preferendo invece l’accusa al gruppo di LeU colpevole di aver “abbandonato” il partito invece che restare per cambiarlo dall’interno- come se perdere insieme invece che da soli avesse qualche merito in più- e la derisione dell’elettorato additato come “ignorante”, “analfabeta” o “non scolarizzato”, mossa degna di ragazzini delle elementari che ha avuto come unico risultato un altro calo dei Dem nei sondaggi.
Per chi invece sperava in una sinistra fuori dall’ormai degenerato Partito Democratico un duro colpo, iniziato col pessimo risultato delle politiche, avanzato con il superamento nei sondaggi da parte del gruppo di Potere Al Popolo (sulla cui altrettanto deludente fine parleremo in seguito) e finita con la disgregazione totale del movimento. Prima ha abbandonato il progetto il gruppo di Possibile, poi Sinistra Italiana di Fratoianni (forse uno dei pochi esponenti davvero integri che all’indomani del 4 marzo ha presentato le dimissioni da segretario- che sono state fortunatamente rifiutate- e con cui un possibile partito di stampo socialista potrebbe trovare un leader più che degno e credibile), infine anche Articolo Uno- Mdp e così, sebbene il leader fondatore Pietro Grasso perda tempo ancora a “sognare” citando de André, ma dimenticando che in una situazione tragica come quella che stiamo vivendo il fallimento di Liberi e Uguali a meno di un anno dalle elezioni è stato uno dei peggiori colpi che potesse essere inflitto ai propri elettori e iscritti. Non era Fratoianni a dover chiedere le dimissioni, ma Grasso a rassegnare le proprie.
Negli ultimi sondaggi (10/12/2018) rilasciati da La7 Salvini gode del 32% dei consensi, con uno stacco di circa sei punti dal Movimento 5 Stelle, mentre il Partito Democratico continua a scendere lentamente arrivando al 17,5%; una situazione a dir poco sconfortante. In questa brodaglia i Dem detengono la maggioranza dei seggi dell’opposizione (112 alla Camera, 53 al Senato) e sono quindi la forza che determinerà- che lo si voglia o meno- le sorti della sinistra in questo paese. Ma qual è il grosso problema interno al PD? L’ombra di Matteo Renzi. Dalla scampata candidatura di Minniti all’ipotesi della creazione di un proprio partito autonomo con i delusi di Forza Italia, Renzi tiene ancora in scacco il partito. Martina ha fallito portando il partito ancora più in basso, alle segreterie regionali l’ala cosiddetta “renziana” si è imposta su gli altri concorrenti (in Toscana, ad esempio, la fedelissima dell’ex premier Simona Bonafè è stata eletta segretaria regionale battendo Valerio Fabiani, giovane militante e “democratico della prim’ora” che aveva preso come slogan “Venite e Cambiateci”; frase molto bella, ma utopica nel partito di Renzi) e i candidati alla segreteria nazionale sono inadatti a ricoprire quel ruolo in questo momento.
Il vero quesito è il “come” risollevare il socialismo italiano, come ottenere una rinascita socialdemocratica nel paese di Matteotti, Gramsci, Togliatti, Berlinguer, Pasolini, Bertinotti. Proprio quest’ultimo, già presidente della Camera, in un confronto televisivo del 2017 con una giovane democratica è esordito dicendo “la sinistra italiana è un morto che cammina” poi spiega questa affermazione alquanto lapidaria (a differenza della sua interlocutrice): essa si è allontanata dal proprio elettorato e tutte quelle caratteristiche che anche la dem aveva citato non sono più parte di ciò che la sinistra politica è in questo momento.
Prima di tutto ci sarebbe da fare il sopracitato “mea culpa” col quale smettere di attaccare l’elettorato per non aver capito e fare un doveroso cambio generazionale dei vertici. Quest’ultima cosa forse potrebbe essere l’unica cosa che permetterebbe a un partito deviato di riprendersi parte dell’elettorato. In secondo luogo ci dovremmo essere tutti accorti che siamo in un momento storico disastroso e che le “scissioni dell’atomo” non vanno più bene, quindi come primo punto il futuro segretario nazionale dovrebbe orientarsi verso la formazione di una sorta di “Coalizione di Sinistra” evitando naturalmente la frase ironica di un video di youtube “non scendo a patti coi comunisti”. La scelta di LeU di non aver voluto includere nel proprio progetto Potere al Popolo e di aver poi visto di cattivo occhio Sinistra Italiana perché “ammiccava” a Rifondazione, non è più un’opzione contemplabile in un governo in cui i leghisti vorrebbero eliminare il diritto di abortire, il garantismo, la legge Scelba e nel frattempo lasciare qualche uomo morire in mare perché “prima gli Italiani”.
In questo momento si sono riscoperti gli “anti”, antifascismo, antirazzismo, antiviolenza, antiomofobia, valori  che si erano dati quasi per scontati permettendo a personaggi come Salvini, Meloni e di Stefano (il terrorista Fiore non lo includo perché le sue percentuali sono talmente ridicole da non renderlo nemmeno un personaggio degno di nota, solo da eliminare) di basare la propria campagna su un odio etnico a volte celato, a volte no; ma davanti a tutta questa violenza- diciamolo- fascista non sono ancora stati messi accanto agli “anti” gli “ismi”. Sebbene gli “anti” citati siano veri e propri valori, sono pur sempre contrapposizioni che necessitano quindi del proprio naturale nemico, non creano un’alternativa “di governo” se non sono accompagnati dagli “ismi”. Che si chiamino socialismo, comunismo, anarchismo, trotskismo ( forse l’unica idea di applicazione del socialismo possibile nel XXI secolo in contrapposizione all’estrema globalizzazione capitalistica) o socialdemocrazia, insomma i valori che dovrebbero essere quelli della sinistra storica e moderna che sono stati invece stati soppiantati da un bieco liberismo tipico di una destra reazionaria rappresentati da Jobs Act, Buona Scuola, etcc.
Se tutto questo non avverrà in tempo breve (indicativamente nei primi mesi della nuova segreteria) il partito che ha la maggioranza dei seggi dell’ala di Sinistra non può che dichiararsi definitivamente fallito e a quel punto la scelta può essere una sola: sciogliere il partito responsabile dell’inabissamento del socialismo italiano e delineare uno scenario con una sinistra divisa principalmente in due corpi. Il primo figlio dei renziani e portatore di istanze liberali, oscillante tra centro sinistra e centro destra, il secondo un partito realmente socialista che incanali la parte dissidente del PD (che bene o male non è piccola), gli attivisti di Articolo 1- Mdp, Sinistra Italiana, Possibile, Potere al Popolo e Rifondazione Comunista. La sfida poi potrà essere giocata tra questi due elementi politici, Leghisti e ciò che rimarrà del M5S dopo questo governo.
Sono già passati troppi mesi nel silenzio politico, nell’assenza di proposte innovative, nuove, rivoluzionarie. Quando i gonfalonieri del socialismo sono diventati i difensori del capitalismo internazionale? Bisogna tornare non solo nelle strade (come più volte è stato detto), ma anche nelle officine, fabbriche (in quelle poche che sono rimaste), aziende, sedi sindacali, circoli, quartieri popolari, bisogna riprenderci le piazze perché la Sinistra o lotta o muore e questo è un dato di fatto. Non ci si può accontentare dell’opposizione fatta a slogan sussurrati come “tutta propaganda”, bisogna dimostrare nelle piazze, nelle scuole e in ogni luogo che non si farà passare il minimo rigurgito fascista e reazionario mettendoci in testa che Salvini non è un avversario da stimare, è solo un fascista che non ha fatto outing. Sembra così assurdo che dopo tutto quello che abbiamo visto ci sia ancora bisogno di ribadire il “no” a quell’ipocrisia denunciata da Guccini nei versi “a chi si dichiara di sinistra e democratico/ però è amico di tutti perché non si sa mai,/ e poi anche chi è di destra ha i suoi pregi e gli è simpatico/ ed è anche fondamentalista per evitare guai” (Francesco Guccini, “Addio”, “Stagioni”, 2000, EMI), eppure eccoci qua a dire che per quanto riguarda il proprio operato la sinistra- e più precisamente il Partito Democratico- hanno avuto un atteggiamento troppo ipocrita; qualcosa è andato storto. “Nel mondo oggi più di ieri domina l'ingiustizia”, riprendiamo la lotta poiché “c'è bisogno soprattutto d'uno slancio generoso, fosse anche un sogno matto”.




[1] D’Annunzio G., Il Piacere, II capitolo
[2] https://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/12/legge-stabilita-oggi-voto-alla-camera/170239/

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