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Monumenti razionalisti, non fascisti: una critica a Internazionale



di Enrico Bruni e Elena Reitano

Tra i numerosi articoli pubblicati sull'edizione dell'Internazionale del 27-10 mi sono imbattuto in quello di Ruth Ben-Ghiat – docente di Storia e Studi italiani presso la New York University – riguardante l’annoso problema della scomoda eredità architettonica lasciataci da Benito Mussolini. Questo si è rivelato (anche a una prima lettura) un articolo di un livello estremamente basso, tanto da meritare un’accorata critica – pubblicata lo scorso 9 ottobre 2017  da Il Sole 24 Ore – dallo storico dell’architettura Fulvio Irace che afferma: “L’articolo di Ruth Ben-Ghiat sul New Yorker dimostra come ormai il populismo non sia solo più appannaggio della politica, ma è entrato, […] anche nel giornalismo di qualità”.
A nostro avviso, il primo errore che la Ben-Ghiat compie nella sua analisi è quello di condannare in maniera radicale il Palazzo della Civiltà Italiana, riducendolo soltanto a un “cimelio di una brutale aggressione fascista” tralasciando la sua fondamentale importanza nel panorama storico artistico della prima metà del Novecento. Quest’enorme edificio  fu concepito prima del 1940 per essere poi sfoggiato come segno della potenza italiana in occasione dell’Esposizione Universale di Roma del 1942 (stesso anno del ventennale dell'”Era fascista”). Presentandosi come un parallelepipedo a base quadrata, il Colosseo Quadrato troneggia sul quartiere dell’EUR con i suoi 216 archi protetto nei quattro angoli dal gruppo scultoreo dei Dioscuri ripetuto sulle due facciate (quello della facciata anteriore, corrispondente all’entrata, realizzato da Publio Morbiducci, l’altro da Alberto Felci).
Negli archi del piano terreno si trovano 28 statue in travertino (materiale che oltre a rimandare al mondo dell’antica Roma rispettava anche la politica di autarchia del regime) raffiguranti allegorie delle virtù del popolo italiano. Troviamo quindi l’eroismo, l’agricoltura, la musica, il lavoro, la matematica, l’architettura, etc… Cosa ha portato quindi la professoressa della New York University a una tale critica di questo capolavoro artistico in cui si sintetizzano tutti i canoni del Razionalismo? “Sopra c’è incisa una frase del discorso che Mussolini tenne nel 1935 per annunciare l’invasione dell’Etiopia, in cui descrive gli Italiani come Un popolo di poeti di artisti di eroi / di santi di pensatori di scienziati / di navigatori di trasmigratori “; è palese come l’autrice dell’articolo abbia così ignorato “quel travagliato e complesso lavoro di elaborazione storiografica che per molti decenni ha consentito una concezione meno settaria e rozza del ventennio“(Fulvio Irace) appellandosi a un’epurazione tardiva e dannosa.
In secondo luogo riteniamo criticabile il paragone che la Ben-Ghiat compie con il processo di smantellamento dei monumenti del passato confederale americano e con l’eliminazione della toponomastica di Pétain. Iniziamo a dire che, a differenza dei monumenti celebrativi e dei nomi delle strade, le opere architettoniche lasciate dal Regime fascista incidono profondamente nel panorama urbanistico: in certi casi interi quartieri (come l’EUR), in altri città (Latina, ex Littoria, Sabaudia, Aprilia Pomezia), in altri ancora bellissimi palazzi (il Ministero degli Esteri), scampate al mattatoio di una cieca damnatio memoriae. Quelle che furono chiamate le “Grandi Opere” si sono ormai armonizzate nei vari panorami italiani arricchendo le città e, talvolta, creando addirittura nuovi centri urbani. Questo paragone si sarebbe potuto fare con quei monumenti ai caduti eretti durante il ventennio; anche qui però sarebbe stato fuori luogo poiché anche questi monumenti hanno un valore artistico e storico che ha messo in secondo piano il valore propagandistico con il quale il fascismo li aveva marchiati.
Giusta è invece l’osservazione della Ben-Ghiat sul nostro sistema giudiziario: se in Germania vige una legge più severa per i reati di apologia di fasci-nazismo, qui in Italia la trama della legge Scelba ha le maglie notevolmente più larghe. Basti pensare che nelle elezioni di Ostia di quest’anno si è presentato come forza politica un movimento dichiaratamente neofascista che, negli anni, si è reso colpevole di atti vandalici, pestaggi e di gravi atti dispostici ai danni di rivali politici, immigrati e omosessuali. Lvera natura di questo movimento si è rivelata proprio ad Ostia dove è venuto alla luce il legame della sezione locale di Casapound con un clan mafioso un  membro del quale ha anche aggredito un giornalista rompendogli. 
È innegabile come il fascismo sia ancora un rischio in cui questa società, a causa della crisi economica, quella dei valori, degli animi in favore degli interessi economici, e dell’inaridimento dei valori, può ancora incorrere. Questi monumenti, in molti casi dimenticati dallo Stato (basti pensare alla città di Predappio, ormai in mano al bieco “turismo nostalgico” e in cui un portentoso edificio razionalista come l’ex Casa del Fascio è abbandonato a se stesso e ridotto come un rudere), cadono nelle mani di piccoli gruppi che si servono della loro potenza visiva per fini propagandistici. Per fare un esempio: la band Bronson (band che si può porre in quel genere comunemente chiamato “nazirock”) ha girato alcune scene del video “Lo spirito di Roma” proprio sulle scalinate del Colosseo Quadrato.
Ma allora come evitare che un opportunistico neofascismo si “appropri” delle opere d’arte lasciateci? La risposta è una sola: lo Stato dovrebbe occuparsi dell’apertura di un grande museo dedicato al Ventennio, all’interno del quale i capolavori storico-artistici del periodo fascista possano essere ammirati senza diventare oggetto  di una qualche bieca strumentalizzazione.
È obiettivamente vero che avere davanti allo Stadio di Roma un obelisco recante la scritta “MUSSOLINI DVX” può essere offensivo per chi ha visto sterminata la propria famiglia a causa della guerra intrapresa dal Duce, quindi, per evitare una dannosissima e irreparabile modifica al monumento o peggio ancora la sua distruzione, basterebbe spostare l’obelisco dentro un museo dove, spogliato del suo valore politico, potrebbe essere ammirato solo per il suo valore artistico e storico. Così dovremmo fare anche per l’ampio mosaico del Foro Italico di Angelo Canevari che andrebbe a costituire un pezzo notevole per un ipotetico museo dove riceverebbe i restauri di cui fortemente necessita.
L’eredità scomoda lasciata dal nostro passato fascista è di certo difficile da controllare, ma citando Matteo Orfini: “Noi siamo un Paese antifascista, i principi della lotta antifascista sono scritti nella nostra Costituzione. Non abbiamo bisogno di cancellare la nostra memoria, seppur a tratti drammatica”.

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