Di Enrico Bruni Cagianelli
A più di novant'anni di
distanza resta ancora un grande esempio di oratoria politica il discorso tenuto
dall’onorevole Giacomo Matteotti il
30 maggio 1924 alla Camera dei deputati. In circa mezz'ora, sotto un vero e
proprio assalto verbale, Matteotti riuscì a denunciare tutte le violenze di
matrice fascista che avevano permesso alla coalizione del "Listone"
di vincere le elezioni del 1924 con voti "non ottenuti, di fatto e liberamente", cosa che rendeva "dubitabile quindi se essa” avesse “ottenuto quel tanto di percentuale che è necessario per conquistare, anche secondo la vostra legge- la legge Acerbo che
garantiva un premio di maggioranza alla lista che aveva superato il 25%-, i duet erzi dei posti che le sono stati attribuiti!". Si puntava finalmente il
dito sull'uomo che si faceva portavoce di tutti gli omicidi che avevano
insanguinato l'Italia dopo la fine della prima guerra mondiale, su quell'uomo
che comandava "una milizia armata, la quale ha questo fondamentale e dichiarato scopo: di sostenere un determinato Capo del Governo bene indicato e nominato nel Capo del fascismo e non, a differenza dell’Esercito, il Capo dello Stato", Benito Mussolini.
Matteotti, con
straordinaria calma e tenacia, riuscì a tenere la parola tra le interruzioni di
vari deputati fascisti: agli episodi di violenza squadrista da lui ripercorsi
veniva obiettato "Ricordatevi delle devastazioni dei comunisti!",
frase di natura benaltrista che fa venire a mente varie espressioni usate da
certi italiani per rispondere a ogni accusa fatta all’attuale “governo
giallo-verde”.
Gli interventi dei
deputati del Listone, carichi di violenza e di incapacità di difendersi, si fermavano
qui. Cerchiamo quindi, per quanto ci è possibile, di farne un’analisi più
approfondita: utilizzando delle specie di motti essi si attenevano alla propria
sottocultura, si sottintendeva- penso- "con queste frasi dimostriamo la
nostra virilità fascista di fronte alle denunce socialiste, portiamo avanti la
cultura del Me Ne Frego"
atteggiamento che, però, gli permetteva di difendersi soltanto nell’immediato
dallo smascheramento messo in atto da Matteotti.
In una prospettiva più
ampia il fascismo si smascherava appunto: esso non esprimeva più “la vittoria mutilata”,
il “Viva D’Annunzio”, il “A morte il re”, esprimeva qualcosa di ben più
inquietante: il braccio armato dei latifondisti e della borghesia
imprenditoriale, cosa che permetteva, anzi lasciava totalmente libera la
violenza. Fino al 1919 gli agrari erano rimasti “in balia” di sindacati e
attivisti socialisti che li avevano obbligati- mi permetto un ironico “poveri
loro”- ad acconsentire a qualche diritto verso i propri dipendenti, ma dal 23
marzo dello stesso anno avevano trovato la loro opportunità in un giovane ex
socialista per ristabilire il loro ruolo di sfruttatori incontrollati.
Mussolini, allontanato pochi anni prima dal Partito Socialista a causa delle
posizioni favorevoli nei confronti della Grande Guerra, fonda un movimento di
reduci, vecchi arditi e legionari fiumani: i Fasci armati di Combattimento ed è
in cerca di finanziatori per la propria “marcia” verso il governo. Così i fasci
poterono dilagare nelle campagne e nelle fabbriche sostituendosi ai sindacati e
imponendo la legge dell’ “Olio di Ricino e Manganello”.
Nel giro di una
manciata di anni la violenza arriva in parlamento e colpirà Matteotti prima “a
parole”, poi “a pugnalate”. In quell’attacco subito dal deputo socialista
all’interno della Camera possiamo individuare gli espedienti del benaltrismo
("E le guardie rosse?" dall’aula), della ridicolizzazione delle
argomentazioni dell'avversario ("Vi scotta la milizia!" dall’aula), della
minaccia appena dissimulata ("Va a finire che faremo sul serio quello che
non abbiamo fatto!" dall’on. Roberto Farinacci), del qualunquismo politico
(“Voi non rispettate la maggioranza e non avete diritto di essere rispettati”
dall’on. Paolo Greco), come anche la negazione della realtà effettiva (Matteotti
racconta di un'aggressione subita per mano degli squadristi dal socialista
Corsi che raccoglieva "le trecento firme" per la presentazione della
lista, al ché il deputato Maurizio Maraviglia urla "Non è vero. Lo inventa
lei in questo momento."). Non solo, in certi momenti perfino il presidente
della Camera, Alfredo Rocco- autore del Codice Rocco rimasto in vigore fino al
1989-, che avrebbe dovuto garantire il regolare svolgimento della seduta,
sembrava voler disautorare e zittire il deputato socialista. Rivolgendosi a
Matteotti, che reclamava il suo diritto di parola di fronte agli insulti e alle
minacce che gli venivano lanciate dai deputati del Listone, Rocco lo apostrofa:
“Ha finito? Allora ha facoltà di parlare l’onorevole Rossi...”, o addirittura
invece di richiamare all’ordine in maniera decisiva i deputati del suo partito,
cerca di mettere lui dalla parte del torto chiedendo “Concluda, onorevole
Matteotti... Non provochi incidenti!”.
Questi interventi sono
ottimi esempi della retorica di massa utilizzata allora dal fascismo e ancora
oggi da alcuni partiti che siedono in parlamento; questi potrebbero essere
collocati per molti loro aspetti in ciò che Umberto Eco definì
"Ur-Fascismo" nel libro "Il Fascismo Eterno" (La Nave di
Teseo, Milano 2018). Possiamo subito dire che certamente la Lega o il Movimento
5 Stelle non hanno tra i loro cavalli di battaglia il destino di glorificazione
di Roma o l'imperialismo (al contrario ad esempio di Casapound che nell'ultima
campagna elettorale proponeva una “ricolonializzazione” della Libia per
risolvere il problema dei migranti), ma tolti questi possiamo ritrovare vari
altri aspetti che creano una tetra "nebulosa fascista" intorno ai due
partiti di maggioranza.
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| Umberto Eco (5 gennaio 1932-19 febbraio 2016) |
Scrive Eco: “La prima
caratteristica di un Ur-Fascismo è il culto della tradizione”, cosa che si
materializza nell’ossessione di Salvini per il presepe e per i crocifissi nelle
scuole, correlati a un odio sviscerato per le usanze delle altre religioni, odio che trova il suo apice- nella contorta
mente leghista- negli atteggiamenti ostili verso la religione islamica, vista
come il peggior male per l’“Italica penisola” dove, peraltro, ogni anno decine
di chiese vengono chiuse per mancanza di fedeli.
“L’atteggiamento di
avversione verso la classe intellettuale”, manifestato sul web attraverso
espressioni come “radical chic”, “intellettualoidi snob” o addirittura “vecchi
professori del cazzo” quando uno scrittore come Saviano critica l’operato del
ministro leghista a proposito della nave Aquarius. Un odio del genere si era
manifestato, tanto per fare due esempi, nel Mein Kampf di Adolf Hitler o in
alcune frasi del suo ministro Joseph Gobbels (“Quando sento parlare di cultura
metto mano alla pistola!”). L’odio verso questa classe si palesa (forse
involontariamente) anche nell’uso di una “neolingua”: al pari di quella
utilizzata nei testi scolastici del ventennio fascista, ci imbattiamo oggi in un
lessico povero e in una sintassi elementare, che utilizza brevi frasi
sgrammaticate colme di una punteggiatura errata in cui la maggior percentuale
di parole è composta da offese e volgarità.
La Lega e il Movimento
5 Stelle hanno sempre cercato di rivolgersi principalmente a due macro categorie
di cittadini: la prima ha puntato sugli italiani “che si erano rotti le balle”
dei migranti, gli altri su quelli “che si erano rotti le balle” della vecchia
politica; cambia poco, ma sempre di “balle” si tratta. E in questo clima di
“costante attacco al cittadino medio” un altro fantasma viene scagliato sulle
teste della popolazione: i fantomatici “poteri forti”, che si muovono contro il
governo giallo-verde (vedi discorso di Luigi Di Maio "Questo governo ha
tutti contro: poteri forti e 'prenditori'”) e contro chi cercherebbe di
scoprire le loro trame oscure sul mondo; poteri sempre “forti” (“controllano” e
“comandano”) e sempre “deboli” (“siamo sul punto di far crollare i poteri
forti”).
Non vi è spazio per la
debolezza nell’universo Ur- Fascista e così troviamo foto del “capitano” (nuovo
ducetto) che si fa ritrarre mostrando il petto villoso per il settimanale Oggi.
Il nuovo leader si mostra vicino al proprio elettorato, vicino alle sue
abitudini e alle sue tradizioni, egli
viene dal popolo ed è parte del popolo, popolo che, come nel 1942, viene
riproposto “ di poeti di artisti di eroi / di santi di pensatori di scienziati
/ di navigatori di trasmigratori”. Tramite fatti di cronaca il “Capitano” cerca
di collegarsi ideologicamente a quei sentimenti del “Culto dell’eroismo” che
può essere rappresentato da qualsiasi individuo appartenente all’ “italico
popolo” e che deve essere preso da tutta la comunità come massimo punto di
raggiungimento (vedi, ad esempio, il caso Stacchio); l’ “eroe leghista” è
quell’italiano che difende la propria terra e i propri beni, appartiene alla
classe media, diffida possibilmente della stampa e dei partiti di sinistra ed è
ben inquadrato nella cultura machista e maschilista che da secoli ammorba
questo paese.
Una cosa che Eco non si
era immaginato, anzi l’aveva ipotizzata per assurdo (“Sarebbe così
confortevole, per noi, se qualcuno si affacciasse sulla scena del mondo e
dicesse: ‘Voglio riaprire Auschwitz, voglio che le camicie nere sfilino ancora in
parata sulle piazze italiane!’ Ahimè, la vita non è così facile”), è che l’Ur-
Fascismo si può ripresentare nelle stesse
vesti del passato, senza variare di una virgola, forse soltanto
presentandosi in maniera più rozza, come del resto è ogni imitazione.
Ciò si è visto proprio
negli ultimi giorni della vicenda della nave Diciotti: 20 agosto 2018, in una
giornata torrida Matteo Salvini, ministro dell’interno dello Stato italiano,
blocca una nave della marina militare italiana nel porto di Catania. Il motivo
è uno solo: trasporta 177 migranti salvati dal mare il 15 agosto. Un discreto
numero di uomini (parola importante), che riportano varie ferite e handicap
dovuti alla reclusione nei campi di concentramento libici, ha contratto la scabbia, una malattia contagiosa della
pelle causata dall'acaro Sarcoptesscabiei, parassita che provoca un
intenso prurito con alto rischio di infezioni. Il 22 agosto il “magnanimo”
ministro acconsente che i ventinove bambini possano approdare, ma nessun’altro
potrà scendere senza la sua preziosa autorizzazione. Nello stesso giorno la
procura di Agrigento apre un fascicolo a carico di ignoti per trattenimento
illecito e sequestro di persona ed a quel punto il fascista esce dalla fogna:
“Nessun ignoto, INDAGATE ME!”. Un messaggio di sfida figlio della solita
cultura machista legata alla figura del martire che però questa volta fa
eccessivamente rumore.
Non è infatti difficile
riconoscere nell’affermazione del vicepremier Salvini le dichiarazioni fatte da
Benito Mussolini il 3 gennaio 1926 a proposito dell’omicidio dell’onorevole
Giacomo Matteotti in quello che fu chiamato "Il discorso del Bivacco": si tratta dello stesso tono di sfida contro le istituzioni
pubbliche, una la magistratura, l’altra la Camera.
Giacomo Matteotti è
stato assassinato per mano di alcuni squadristi fascisti da Benito Mussolini,
il “duce della criminalità”, ma egli non muore: non moriranno le sue idee, non
morirà il suo impegno, non morirà il suo contributo alla lotta antifascista. Abbiamo
visto come tragicamente anche i sicari di Matteotti sono ritornati, anzi ci
hanno fatto credere di “essere ritornati” quando in realtà non se ne erano mai
andati: in primo luogo per una semplice questione storica: in Italia non
abbiamo mai avuto un “Processo di Salò” (a differenza di quanto avvenuto in Germania
dove abbiamo assistito al Processo di Norimberga). La nuova Repubblica nacque
infatti insabbiando tutto: per evitare di frammentare il paese, già lacerato
dal referendum monarchia/repubblica, il 22 giugno 1946 Togliatti propose
un’amnistia per tutti i criminali della Repubblica Sociale Italiana e così il
26 gennaio dello stesso anno poté nascere il Movimento Sociale Italiano, primo
schiaffo alla Resistenza e dimostrazione che i fascisti non erano finiti né con
Dongo né con Piazzale Loreto. Gli italiani non furono mai messi formalmente
davanti al loro passato, dopo ben ventitré anni di dittatura fascista. Non è
mai stato fatto niente per debellare dalla mentalità italiana il “nano
fascista” (riprendendo un’espressione di Vera Vigevani Jarach) presente in ogni
uomo: quell’essere che ti spinge a odiare chi è differente da te, a volerlo
emarginare, a dire “me ne frego dei suoi problemi, tanto non mi toccano”, il “nano”
che ci porta a diffidare di chi non ha niente e che magari ci porta perfino a
mettere piano la lotta ai profughi rispetto a quella contro la mafia.
Ora è arrivato il
momento di muoverci nella direzione giusta. Il nemico è lo stesso che
combattemmo lassù in montagna quando i nazifascisti si presero l’Italia. È il
momento di difendere il monumento
(descritto in versi da Piero Calamandrei) che il camerata Kesserling pretendeva
da noi Italiani, monumento fatto col “silenzio dei torturati più duro di ogni
macigno”, plasmato “con la roccia di questo patto giurato fra uomini liberi che
volontari si adunarono per dignità e non per odio decisi a riscattare la
vergogna e il terrore del mondo”, affinché ogni fascista passando ci trovi
“morti e vivi” serrati davanti a quel monumento che porta ora e sempre il nome di “RESISTENZA”!
Mai più fascismi!


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